SETTIMANA VINCENZIANA -dal 21 al 28 ottobre -“Il servizio dei poveri prima di tutto.Non devono esserci ritardi.”(S.Vincenzo De Paoli)

Pubblicato giorno 4 ottobre 2018 - Appuntamenti settimanali, In home page, in primo piano, news

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Vincenzo nacque in un remoto villaggio delle Lande, nelle vicinanze di Dax, nel 1581. I genitori lo orientarono allo stato ecclesiastico, che costituiva l’ unica possibilità di promozione sociale per le classi inferiori. Studiò pertanto presso i francescani di Dax (1595) e fu precettore dei figli del giudice di Pouy, Comet. Nel 1597 iniziò i corsi presso l’ università di Tolosa. Fu ordinato sacerdote dal vescovo di Périgueux, il 23 settembre 1600. Aveva solo 19 anni. Da buon guascone, si dette da fare per conseguire una sistemazione vantaggiosa. Fu a Roma (1600), poi compì altri viaggi. In uno di questi, durante il tragitto in mare tra Marsiglia e Narbona, sarebbe avvenuto l’ episodio della cattura da parte di una nave corsara, cui avrebbe fatto seguito un biennio di prigionia a Tunisi, che si sarebbe concluso con la fuga di Vincenzo accompagnato dal suo padrone, un cristiano rinnegato. Alcuni storici misero in dubbio la veridicità delle affermazioni del santo, mentre altri trovarono nelle parole di Vincenzo la prova che fin da giovane avesse già un elevato grado di santità. I difensori della tesi dell’ attendibilità del racconto partono dal presupposto che in Vincenzo non ci sia stata un’ evoluzione molto profonda o una “conversione”, mentre personalmente ritengo non si possa dubitare che nel santo ci sia stata una vera e propria “conversione”. Essa avvenne fra il 1608 e il 1617 e fu progressiva.

Da carrierista a pastore intrepido

Arrivato a Parigi nel 1608, ottenne la carica di elemosiniere della regina Margherita di Valois e alcuni benefici. Determinante per lui però fu l’ incontro con Pierre de Bérulle, che introdusse Vincenzo nei circoli della riforma della Chiesa di Francia. La scelta di nuovi valori operata da Vincenzo si rivela in occasione di una falsa accusa di furto da cui non volle difendersi e nell’ aver accolto le confidenze di un teologo provato nella fede. Cominciò a pregare più intensamente, riscoprì il senso del sacerdozio e dell’ eucaristia. Il sacerdozio lo aveva considerato finora come un’ opportunità di promozione umana. Si diceva che “nessun prete muore mai di fame”. L’ eucarestia era un rito che portava bene. Capì invece che il prete è un uomo mangiato e che nell’ eucarestia il prete è sacerdote e vittima.

La fondazione da parte di Bérulle dell’ Oratorio (1611), non colse impreparato Vincenzo, che non scelse di seguire il suo maestro, e preferì dedicarsi alla vita pastorale nella parrocchia di Clichy alla periferia di Parigi. Il demone della carriera lo aveva abbandonato. Respirò la dolcezza della cura pastorale e la poesia della stanchezza di una giornata spesa per gli altri. Nel 1613, sempre per consiglio di Bérulle, Vincenzo lasciò la parrocchia nelle mani di un vicario, per assumere la funzione di cappellano della famiglia di Filippo Emanuele de Gondi, generale delle galere di Francia. Un giorno s’ inginocchiò davanti a Gondi che voleva fare un duello. L’ inattività nell’ ambiente aristocratico costò molto a Vincenzo. Ebbe un periodo di dure prove interiori sulla fede, da cui uscì solo nel 1617. In quell’ anno, in uno dei viaggi nei possedimenti dei Gondi, ebbe la rivelazione dell’ abbandono spirituale dei poveri trascurati da un clero ignorante e inefficiente. Un moribondo fu confessato da Vincenzo e confidò che senza la confessione generale, sarebbe andato all’ inferno. L’ episodio indusse Vincenzo, a una predica tenuta nella chiesa di Folleville il giorno della conversione di san Paolo, il 25 gennaio del 1617, per invitare la popolazione alla confessione generale. Fu la sua prima “missione”.

Fonda un’associazione di laici per aiutare i poveri: le Compagnie della Carità

Frattanto Vincenzo sottopose a Bérulle i dubbi sulla permanenza in un ambiente così sicuro e asettico. Le aspirazioni di Vincenzo per un ritorno all’ esperienza pastorale furono approvate dal suo direttore spirituale che segnalò a Vincenzo la parrocchia di Châtillon-les-Dombes, nei pressi di Lione. Il 20 agosto 1617 il santo fu informato che tutti i componenti di una famiglia erano ammalati e non avevano nulla da mangiare. Salì allora sul pulpito della chiesa di Châtillon e fece un discorso travolgente. La popolazione prese a cuore la famiglia. Il santo allora capì che non bastava la solidarietà contadina, ma che si doveva fare qualcosa di nuovo.

Il 23 agosto 1617 Vincenzo fondò un’ associazione laicale per assistere i poveri. Nascevano le Compagnie della Carità. Le pressioni dei Gondi su Bérulle indussero questi a far tornare Vincenzo a Parigi. Vincenzo ubbidì, ma, da questo momento, i rapporti fra i due subirono un evidente raffreddamento. In compenso, nel 1618, Vincenzo conobbe san Francesco di Sales e, l’ anno dopo, santa Giovanna Francesca Frémyot de Chantal, che gli affidarono la direzione dei monasteri della Visitazione. Come consigliere al posto di Bérulle il santo scelse Andrea Duval e Giovanni Duvergier de Hauranne, abate di St-Cyran. Vincenzo in quegli anni raccolse attorno a sé un piccolo gruppo di sacerdoti che condividevano l’ ideale di evangelizzare i poveri nelle missioni e in altre iniziative, come l’ assistenza ai condannati alle galere (1619). Il 17 aprile 1625 i Gondi misero a disposizione di Vincenzo una somma di denaro, grazie alla quale egli poté “fondare” la Congregazione della Missione. La comunità venne approvata nel 1627 da Propaganda Fide come “missione”, cioè come un gruppo di lavoro apostolico senza alcuna caratteristica assimilabile a un istituto religioso. Successivi passi a Roma per ottenere uno status stabile vennero respinti. Nel 1633 Vincenzo si orientò coraggiosamente per un’ ulteriore iniziativa. L’ esperienza delle Compagnie della Carità, che si erano moltiplicate, l’ aveva indotto a riflettere ed era pervenuto ad alcune importanti conclusioni, come la maggior disponibilità della donna alle iniziative per i poveri, la possibilità di coinvolgere anche il mondo dell’ alta e media aristocrazia e la necessità di un impegno nella carità a tempo pieno. L’ ultima conclusione indusse Vincenzo ad affiancare le dame a una comunità femminile, le Figlie delle Carità. In santa Luisa de Marillac (1591-1660) trovò una collaboratrice intelligente e preparata, in grado di interpretare gli orientamenti dell’ intuizione vincenziana. Si rompevano pertanto gli schemi che escludevano le religiose dall’ apostolato diretto e si abbattevano le barriere sociali che riservavano la carità alle persone “di condizione”.

Le Figlie della Carità arrivano negli ospedali

Fra il 1633 e il 1643 le opere vincenziane si irrobustirono. Nel 1636 furono mandati 10 missionari come cappellani dell’ esercito. Le devastazioni della Lorena, Piccardia, Champagne e Ile-de-France indussero Vincenzo a organizzare i soccorsi alle popolazioni colpite. Nel 1638, dopo aver lanciato le Figlie della Carità negli ospedali e poi sui campi di battaglia, iniziò l’ opera dei trovatelli. La figura morale del santo si era frattanto imposta. Alla morte di Luigi XIII (1643) fu al suo capezzale. Successivamente fu nominato membro del Consiglio di coscienza della reggente Anna d’ Austria. In quest’ ufficio si adoperò per la nomina di vescovi degni e spiritualmente preparati. Nel frattempo era scoppiata una guerra civile. Francesi contro francesi. In realtà tutti ce l’ avevano con l’ onnipotente primo ministro Mazzarino. Questi con l’ esercito del re assediò Parigi. Una notte il santo cercò di uscire di nascosto dalla città. Una pattuglia lo fermò. Avevano ordine di sparare, ma uno riconobbe il suo parroco, Vincenzo appunto. Lo lasciarono passare e lui arrivò alla reggia di San Germano ove risiedeva la regina madre, il giovane re e Mazzarino. Chiese la pace e implorò il cardinale di dimettersi, per il bene della Francia e per evitare nuovi lutti. Il cardinale non gradì e Vincenzo fu allontanato dal Consiglio di coscienza. La fuga del cardinale di Retz, ultimo figlio dei Gondi, e l’ appoggio a lui dato da Vincenzo, contribuirono a eclissare definitivamente la fortuna politica del santo. Ma a lui non interessava il potere. Voleva solo il bene dei poveri.

Gli ultimi anni furono utilizzati a dare il tocco definitivo alle sue comunità. La Congregazione della Missione si era estesa agli stati italiani, alla Polonia, all’Irlanda, alla Scozia, a Tunisi e al Madagascar. Qui i suoi missionari morivano uno dopo l’ altro. Ma era convinto fosse l’ opera di Dio. Nel giugno del 1660 le sue forze cedettero. Gli ultimi mesi furono passati in un assopimento continuo. Il 27 settembre 1660, seduto vicino al fuoco, si spense serenamente. Vincenzo de’ Paoli non scrisse libri. L’ unica opera della sua vita fu la carità.

Il suo itinerario nella crescita della carità può essere scandito dai seguenti momenti: fino al 1608/11 è il periodo della fuga; segue il periodo della conversione (1611-17); il 1617 è l’ anno chiave della scoperta della sua vocazione; gli anni che vanno dal 1617 al 1635 sono quelli del lavoro per la riforma della Chiesa di Francia; dopo il 1635 sono quelli del completamento dei suoi progetti. Riprendendo Benedetto da Canfield, san Vincenzo colloca al vertice dell’ esperienza cristiana l’ adempimento della volontà divina. Ma la virtù che aveva maggiormente impressionato i contemporanei fu l’ umiltà. Cristo ha amato l’ umiltà, l’ ha fatta sua. Chi si unisce a lui, diventa una vita sola e tocca pertanto questa profondità di umiltà che non è solo senso della precarietà della creatura di fronte al creatore ma partecipazione all’ obbedienza di Cristo al Padre e al suo amore per i fratelli. Quindi non è più solo virtù negativa, ma distruzione dell’ egoismo, linfa per tutte le virtù e fonte di ogni bene. Se volontà divina e umiltà costituiscono come i cunei dell’ arco della spiritualità cristiana, la chiave di volta è la carità. Non c’ è nel santo separazione fra amore di Dio e del prossimo. L’ amore di Dio è una realtà dinamica. È volere che la sua volontà sia compiuta, è andare a Dio. Riprendendo san Bernardo e san Francesco di Sales, distingue fra amore effettivo e affettivo. L’ amore che non si traduce in azione è più nocivo che utile: “Amiamo Dio, fratelli, amiamo Dio, ma a spese delle nostre braccia, con il sudore della nostra fronte. Perché molto spesso tanti atti di amore di Dio, di compiacenza, di benevolenza e altri simili affetti e pratiche intime di un cuore tenero, sebbene buonissime e desiderabilissime, sono non di meno sospette, quando non giungono alla pratica dell’amore effettivo… [Molti] si lusingano con la loro immaginazione eccitata, si contentano delle soavi conversazioni che hanno con Dio nell’ orazione, ne parlano anzi come angeli; ma usciti di lì, se si tratta di lavorare per Iddio, di soffrire, di mortificarsi, di istruire i poveri, di andare a cercare la pecorella smarrita, di essere lieti se sono privi di qualche cosa, di accettare le malattie o qualche altra disgrazia, ahimè, non c’ è più nulla, il coraggio manca”. Il suo ideale era quello di un contemplativo dell’azione: “Bisogna santificare queste occupazioni cercandovi Dio e compierle per trovarvelo, piuttosto che per vederle fatte”. Solo quando l’ uomo è pieno di Dio, allora l’ azione diventa efficace.

La sua spiritualità si fonda su due scoperte: Cristo e i poveri

Bremond ha perciò scritto che “non è stato l’ amore degli uomini che l’ ha condotto alla santità, ma la santità che l’ ha reso veramente ed efficacemente caritatevole”. Di qui, coincidenza fra preghiera e azione. La preghiera è esercizio della volontà divina, annuncio ed evangelizzazione, è momento unificante di tutta la vita. Tutta la sua spiritualità si fonda su due scoperte: Cristo e i poveri. Cristo è il missionario dei poveri; la Chiesa è attualizzazione di questa missione. Logica conclusione di questi approfondimenti cristologici ed ecclesiologici è una conseguenza “politica”, la riaffermazione della necessità di un impegno nel mondo e per il mondo nella duplice valenza di evangelizzazione e promozione umana. Conseguentemente nacque nel Santo il bisogno di un intervento nelle strutture per animarle cristianamente e nella costituzione di comunità profetiche capaci di reintegrare la vita religiosa nel mondo e di proclamare la salvezza spirituale e temporale per gli ultimi: “Non mi basta amare Dio se il mio prossimo non lo ama”.

Non possiamo dimenticare che l’ istituto delle Figlie della Carità divenne il modello di un gran numero di comunità femminili di servizio. Fanno parte dell’ ispirazione vincenziana le suore di s. Giovanna Antida Thouret, le Suore di Carità di Santa Maria, fondate da Luigia Angelica Clarac, le Suore di Carità dell’ Immacolata Concezione, fondate da Antonia Maria Verna, le suore del padre Durando, quelle del beato Cottolengo, le Suore di Carità delle Sante Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, le suore di Carità di Leavenworth, di san Giuseppe, di Baltimora, le suore di Carità di Innsbruck, e tutte le comunità nate per opera di santa Elisabetta Seton.

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