I Parroci di ieri

MONS.  ANDREA  MELPIGNANO
*29 marzo 1919       +20 vembre 1999


da “Lo Scudo” - Dicembre 1999
don Domenico Melpignano scriveva:

Don Andrea e’ tornato nella sua “casa”
Domenica 21 Novembre, festa di Cristo Re, nella chiesa dei SS.
Medici, è stata concelebrata dall’arcivescovo mons. Todisco, dal vicario generale mons. Catarozzolo, dal pro-vicario mons. Monopoli, da diversi sacerdoti della Città e dell’Arcidiocesi, la S.
Messa in suffragio di don Andrea Melpignano.
All’omelia il Presule ha subito affermato: “Don Andrea è tornato nella sua casa. La casa è questa Chiesa che ha costruito con tanto zelo, impegno, generosità, uniti al contributo della gente, dello Stato, ai soldi della sua famiglia. Ed ora è qui, nella sua casa e ci fa dono della lezione che ogni papà, ogni mamma solitamente dà ai suoi figli: la lezione del saper soffrire, che supera quella del saper lavorare per la sua gente, in mezzo alla comunità a lui affidata”.
Assumendo l’immagine del Buon Pastore che precede le sue pecorelle come apripista, un apristrada, ha soggiunto:
“Don Andrea non si è mai dato il piglio dell’uomo di cultura, quanto piuttosto quello del profeta, dell’uomo di Dio, del Servo di tutti. Amo vederlo camminare in mezzo ai fedeli, per le strade, al mercato, il suo non era solo lo stare vicino, ma avvicinare per capire, per aiutare, per consigliare. Il suo stare in mezzo alla gente era per condividere tutto ciò che è e tocca la gente. E’ sicuramente uno dei tratti caratteristici ed importanti che partiva da lui”.
Nel far riferimento alla solennità di Cristo Re dell’universo, un re che regna non dominando i suoi sudditi ma servendoli, ha sottolineato un’altra caratteristica di don Andrea:
“Non ha interpretato la pastorale per comandare perché ha inteso il suo ministero per servire. Non è stato mai un dominatore. Ci ha dato una lezione che gli uomini colti non riescono a darci. Si, perché nella sua semplicità non riusciva a mascherare quella fatica che gli veniva dal fatto che non riusciva a portare avanti la pastorale del dopo Concilio. Così, per non essere legato a nulla, nemmeno alla poltrona, preferì rassegnare le dimissioni anche da parroco”
Dopo aver richiamato le opere che hanno reso grande e conosciuto don Andrea, ha sottolineato particolarmente la costruzione della chiesa dei SS Medici, il restauro della chiesa dei Cappuccini e di S. Maria della Stella in contrada Ramunno e
la donazione di un terreno di sua proprietà in contrada Lamacavallo per favorire in Ostuni la presenza di alcuni monaci della Comunità di Bose.
Noi e tutta la Chiesa e la città di Ostuni dobbiamo dire grazie a don Andrea.
Ricorderemo sempre i suoi insegnamenti che ci parlano del suo essere tra la gente, del suo ministero vissuto nel servizio e nella capacità da lui espressa del saper donare e del sacerdote genuino e dinamico.


Discorso pronunciato da don Andrea
nella chiesa dei Santi Medici
il 17 ottobre 1976, alla presenza degli Arcivescovi
Mons. Orazio Semerano e Mons. Settimio Todisco
.

Eccellenza, confratelli, fedeli,
dopo 30 anni di servizio di parrocato reso nella chiesa dei “Cappuccini” e in questa, ho ottenuto dall’arcivescovo Mons. Todisco un sostituto responsabile, qualificato, stabile. A questo compito è stato chiamato il can. don Cosimo Legrottaglie. Egli assumerà le funzioni di parroco.
La solenne celebrazione di questa sera, presieduta da Mons. Semerano e Mons. Todisco, non ha pertanto il tenore di un addio, non esprime la tristezza di un tramonto, ma la gratitudine nostra al Signore, perché quest’anno si compiono 30 anni dalla Fondazione della parrocchia, 20 anni Dacché è costruita questa chiesa, ma soprattutto perché brilla l’aurora di un rilancio per una pastorale più viva, più autentica, più impegnata in questi quartieri nuovi della città, e poi perché oggi è venuto tra noi don Cosimo per iniziare la sua attività che nel tempo si completerà in tutta la sua pienezza giuridica.
 
Questo mi consente di dire che compio una libera, significativa, generosa donazione oggi, per non lasciare una fredda eredità domani: non ho lavorato e non lavoro per me, ma per Iddio e la sua chiesa. Ciò potrebbe forse apparire un passo compiuto all’insegna dell’incertezza del domani, ma in realtà invece, come nel ’46 quando presi la parrocchia, nel ‘ 56 quando iniziai a costruire la nuova chiesa, è un atto responsabile, legato alla fede, fondato nella certezza di Dio, che vede e provvede, mentre ancora mi preme nel cuore il grido di S. Paolo: “Guai a me se non evangelizzo”.
Assicuro, intanto, la mia piena disponibilità nel servire ancora questa nostra comunità parrocchiale.
Scusate se mi permetto di abusare della vostra cortesia.
Mi corre l’obbligo di ringraziare pubblicamente Mons. Semerano che nel tardo pomeriggio del 26 luglio 1946 mi accompagnò alla chiesa dei Cappuccini, dopo che mi aveva ottenuto dall’arcivescovo De Filippis di prendere la parrocchia per un anno, come economo-curato e non parroco e che nel ’52 fu ispiratore pressante per la costruzione di questa chiesa. Non aggiungo altro!
Ringrazio Mons. Todisco che ha avuto la benevolenza e il coraggio di accogliere la mia istanza che si realizza oggi.
Ringrazio don Italo, don Vincenzo e Giacomo Epifani perché mi sono stati vicini col loro consiglio e la loro bontà. Che dire poi della stima e del rispetto che mi hanno sempre serbato coloro che oggi reggono le sorti della diocesi: don Settimio e don Antonio?
Ringrazio i miei collaboratori del passato: don Francesco Sozzi, che con la sua fervida intelligenza tanto ha dato al lustro di questa chiesa; don Francesco Perrino che per primo ha operato in questa chiesa dando un valido aiuto in un periodo molto delicato; particolarmente un grazie a don Domenico, a cui auguro un brillante avvenire nell’amore di Dio e nella fedeltà alla
Chiesa. A don Cosimo poi, al grazie per il passato, ricordando
la cara memoria di papà Carluccio e di mamma Rosa, aggiungo la preghiera di essere il geloso custode di questo patrimonio di fede e di arte, che forse noi oggi non apprezziamo, ma che sarà una grande testimonianza presso le future generazioni, e l’augurio di essere nel suo lavoro pastorale solerte e saggio in questa comunità parrocchiale, a servizio di Dio, dei fratelli, nell’obbedienza al Papa e al Vescovo.
Partecipando a questa solenne liturgia preghiamo il Signore di farci comprendere il pensiero dominante della messa di oggi: per il Vangelo la grandezza non è il potere, ma il Servizio di Dio e dei fratelli nella lealtà e purezza di spirito: Gesù oggi è il modello, il Servo sofferente di tutti.



DON   COSIMO   LEGROTTAGLIE
*10 marzo 1931 +3 settembre 2009
 
 
Tesimonianza scritta
in occasione del 50° Dedicazione della chiesa:

Parroco per 31 anni ai Santi Medici
Tornando molto indietro, nella mia infanzia, quasi in visione, c’è il ricordo di mio padre che mi mostrava Mons. Luigi Mindelli, alle spalle della mia abitazione in viale Crispi, zona “mulino al vento” mentre visionava un terreno per la costruzione di una nuova chiesa, dedicata ai SS. Medici; desiderio del popolo ostunese, che pur avendo già un riferimento ai Santi nel centro storico, nella chiesetta dedicata a San Giacomo in Compostela, desiderava una chiesa più grande, esigita anche dallo sviluppo della città; mio padre mi diceva anche: “se sarai sacerdote avrai la chiesa vicina a casa”.
Questo accadeva verso la fine degli anni ‘30, prima della seconda grande guerra. Circa 10 anni dopo, la chiesa dei Cappuccini era diventata parrocchia nel 1946, e don Andrea Melpignano, in un nuovo sito vicino alla parrocchia, si impegnava
nella costruzione della nuova chiesa, per adempiere l’antico desiderio popolare, ma anche per realizzare una nuova più adeguata sede per la parrocchia di S. Maria degli Angeli. Don Andrea si dedicò con tutte le sue forze in tale opera, come è descritto altrove. La
nuova chiesa nasceva prima del Concilio, ma con già una linea non tradizionale. Venne poi il Concilio e don Andrea cominciò ad adeguarsi spostando l’altare e modificando il mosaico di fondo, per inserirvi il tabernacolo. L’impegno di don Andrea fu grandissimo, tanto da stancarlo molto, anche fisicamente.
Il 17 ottobre 1976 fui chiamato, prima a collaborare responsabilmente con lui, poi ad assumere in toto l’impegno di parroco. L’accoglienza della comunità fu grande, come anche la disponibilità nella partecipazione e collaborazione per una pastorale, nella linea nuova del Concilio. Seguire il Concilio richiedeva, come già avveniva altrove, un adeguamento liturgico-pastorale, anche nelle strutture e nei luoghi liturgici, perché si rendesse più idonea la celebrazione, più chiara la catechesi sacramentaria e la nuova idea di Chiesa.
A 20 anni dal Concilio, celebrando il XXV di dedicazione della chiesa, fu presentato il nuovo volto della stessa, più luminosa con l’abbassamento delle finestre istoriate e con i nuovi segni liturgici, così come un adeguato studio di autorevoli esperti del Centro Domus Dei di Roma e superiori valutazioni e approvazioni avevano ideato e progettato e con sacrifici, anche
economici, avevamo realizzato. Il nuovo volto voleva esprimere la Chiesa del Concilio, non piramidale, non distributrice di servizi, non solo devozionale, ma popolo di Dio, assemblea che è presenza di Cristo, nella celebrazione, nei sacramenti, nella centralità della Parola.
Sono state queste le linee pastorali del mio lungo parrocato vissuto qui in parrocchia. Così come sono state annotate nella relazione per la Santa Visita, avvenuta poco prima della mia rinunzia, a cui farò riferimento riportando alcuni passi in corsivo. Se la chiesa, popolo di Dio, è presenza di Cristo, la mia prima preoccupazione è stata quella dell’unità, della comunione fraterna, del clima di famiglia, del senso costante di accoglienza verso tutti e disponibilità grande sempre, con la porta sempre aperta.
Attenzione personale privilegiata conservavo per gli ammalati, li visitavo nei primi venerdì di mese e venivano poi amichevolmente incontrati per l’Eucaristia, anche la domenica, dalla preziosa disponibile collaborazione dei ministri straordinari. Costante l’impegno per la catechesi, a tutti i livelli, che lungi dall’essere per i piccoli preparazione per ricevere i sacramenti,
aveva, nell’impostazione, il carattere della perenne formazione personale. L’incontro con le famiglie era orientato in questa linea, come nel privilegiare la loro presenza nei diversi momenti liturgici. Significativo e molto bello era il momento della Prima Comunione dei bambini, conservando un gesto, ereditato da don
Andrea, nel vedere intorno all’altare i bambini tra papà e mamma; le piccole famiglie, intorno alla Mensa, che nella grande famiglia parrocchiale partecipavano all’incontro con Cristo, Pane di vita.
Così la celebrazione nel giorno della presentazione al tempio del Signore quando invitavo tutti i bambini battezzati nell’anno; celebrazione quanto mai familiare nel richiamo al battesimo, alla luce del cero pasquale e delle candele della candelora. Attenzione alle famiglie quando sono stati fatti incontri programmati per loro, nel tentativo delle CEB, divenute Centri del
Vangelo; consci che è illusorio pensare alla parrocchia come comunità vera per la conoscenza dei singoli problemi, dato il numero delle famiglie; è più facile creare la comunione delle piccole comunità, che nella vita del Consiglio Pastorale hanno il momento unificante di comunione e di conoscenza ravvicinata. Scrissi così del Consiglio Pastorale, per la Santa Visita: "L’attività pastorale della parrocchia è scandita dagli incontri del Consiglio Pastorale Parrocchiale, che oltre ad avere un suo cammino di formazione sui vari documenti della Chiesa e linee di lavoro diocesane, discute e gestisce le varie attività; ogni decisione pertanto passa al vaglio del Consiglio che, pur avendo, per statuto, un valore soltanto consultivo, in pratica ha parere deliberativo. La sua attività è verbalizzata puntualmente dalla segretaria e vi è già in archivio un primo registro di verbali ed il secondo è quasi ultimato; in questi verbali si può riscontrare anche la storia e quindi la vita della parrocchia di questi ultimi anni".
Voglio anche notare come, negli anni in cui fui chiamato in Diocesi come presidente dell’Istituto Diocesano del Sostentamento Clero, ho avuto l’aiuto dei collaboratori; ma, aldilà della loro attiva partecipazione alla vita della comunità, esemplare fu il fraterno rapporto tra di noi, che non è mutato nel tempo, divenendo poi amicizia, vicinanza, direi quasi filiale, nel mio avanzare negli anni; di cuore ne rendo grazie.
In questo, più che sintetico, sguardo retrospettivo dei miei 31 anni ai Santi Medici non posso non fare riferimento ad un’attenzione grande, non solo personale ma anche comunitaria, per la chiesetta della Madonna della Nova, che ci fu affidata nel 1986. Era in uno stato a dir poco pietoso ed in abbandono quasi totale. Un libro pubblicato insieme al, per me, non sufficientemente rimpianto, prof. Luigi Greco fa giustizia di quanto è stato fatto e quanto c’è ancora da fare, per riportare a dignità tutto il complesso, conservare e riscoprire quanto la storia ci aveva tramandato e il tempo, l’imperizia e trascuratezza dell’uomo ha nascosto e deturpato.
Posso dire con tutta coscienza che ho fatto quanto potevo, con un impegno costante, anche economico; pochi sanno che ho finito di pagare il lavoro della restauratrice quando ero già fuori della parrocchia, nella sacrestia di S. Francesco. Non potevo e non volevo lasciare incompleto un lavoro già avviato nella pulizia della parete, messa in luce di quanto affiorava sulla stessa, nella chiesa antistante la grotta.
Non si può trascurare anche il lavoro, la presenza di gruppi organizzati e la loro vita in parrocchia; per questo mi affido a quanto scrissi nella relazione della Santa Visita: "Circa le aggregazioni ecclesiali, si può dire che in parrocchia da sempre vi è stata l’Azione Cattolica, che ha oggi la sua maggiore presenza e vitalità negli adulti con il gruppo donne e nei gruppi dell’ACR, con educatori ed educatrici del gruppo giovani. L’Azione Cattolica segue le indicazioni ed i programmi della Chiesa sia a livello centrale che diocesano, ed è inserita pienamente nella vita ed in ogni attività della Parrocchia, con lo spirito missionario che anima la sua stessa presenza nel territorio. In Parrocchia hanno sede anche altri due movimenti che possono dirsi a livello cittadino, non avendo presenza organizzata in altre parrocchie: il gruppo di Comunione e Liberazione e quello del Rinnovamento nello Spirito, con diversa consistenza ed incidenza nell’attività pastorale e nella vita sia a livello parrocchiale che cittadino.
Il gruppetto del Rinnovamento nello Spirito è abbastanza ridotto come numero, è assiduo negli incontro settimanali del mercoledì con l’attenzione alla preghiera, ed alla lettura della Parola, conserva l’impegno della recita del Rosario in chiesa e dell’animazione di qualche momento, soprattutto della novena della Pentecoste.
Il gruppo di Comunione e Liberazione, ha diverse attività. Avendo ricevuto in gestione il campetto dello sport e le stanze della casa canonica, svolge varie iniziative: tiene aperto un oratorio, aldilà dei ragazzi della parrocchia, per attività ludico-sportive ed anche di doposcuola; a livello formativo, mantiene costantemente i vari incontri di “scuola di comunità” per le diverse fasce di età, e collabora alla catechesi parrocchiale; gestisce inoltre il banco alimentare, collaborando con la caritas parrocchiale per chi nella necessità fa richiesta di aiuto anche in viveri. CL è anche a servizio della Parrocchia, collaborando nella liturgia con una corale giovanile quanto mai utile nelle celebrazioni domenicali e di particolare solennità".
Il tempo che scorre inesorabile mi portò, al compimento dell’età richiesta dal Codice, a rimettere il mandato di parroco nelle mani del Vescovo, fidando nella conservazione di quanto operato e nello spirito di una continuità pastorale, indicata anche dal Vescovo nel giorno della consegna; dichiaravo contestualmente la mia disponibilità a continuare a servire la Chiesa, nelle modalità che mi fossero richieste. La morte prematura del già ricordato prof. Luigi Greco soffocò il progettato proposito di una pubblicazione, come di consegna, di quanto operato, delle opere d’arte della chiesa, come dello spirito pastorale che ci aveva animato nel fecondo lungo periodo. Mi è rimasto indelebile la memoria di tutto e di tutti, se passo per quelle strade, ogni porta suscita un ricordo, una memoria di persone e di eventi, vissuti in comunione.
Lo spirito con cui ho avvertito nell’animo il passaggio è descritto anche alla fine della relazione per la Santa Visita, che qui riporto in corsivo e a conclusione:
"Siamo nel cammino che come parroco svolgo da trent’anni in questa comunità, non sento senso di stanchezza perché è il cammino della vita, ma non posso non avvertire il bisogno di un soffio di giovinezza per questa comunità, per la quale continuo a chiedere al Signore ardore di testimonianza e superamento delle, a volte affioranti, piccole tentazioni di divisioni di parte; la prima testimonianza nella missionarietà non può non essere il vincolo della carità, l’unità nella vita di fede, per rendere così ragione della speranza che è in noi".